2. Panificio

Il Panificio industriale di Milanorsitorazione SPA si trova a Mombretto di Mediglia Via I° Maggio 9/c





Una quota del pane consumato nelle scuole milanesi viene prodotto dai detenuti del Carcere di Opera.


Articolo di Carlo Giorgi per Terre di Mezzo (il giornale di strada) 11 Agosto 2005

Il pane dei “cattivi” può essere molto buono.

Alle 6 del mattino, quando ancora la metropoli fatica ad aprire gli occhi, un furgone carico di 700 chili di pane fragrante, superati i grandi portoni metallicidel carcere di Opera-Milano, guadagna la libertà. Quello stesso pane, qualche ora dopo, finisce sotto i denti delle persone di cui la città ha maggior cura: i più piccoli (i bambini delle scuole dell’obbligo) e i più grandi (gli anziani delle case di riposo).
L’attività del carcere di Opera, dove panettieri-reclusi cuociono il pane per commensali-liberi, è unica in Italia.
Esistono carceri che hanno un forno che viene utilizzato per corsi professionali oppure ad uso interno: a Gorgona, ad esempio, carcere-isola dell’arcipelago toscano in cui convivono oltre 120 detenuti, funziona una panetteria-pasticceria autogestita, che produce centinaia di filoni di pane per agenti e reclusi. Il forno marcia così bene che i detenuti-pasticceri accettano dai compagni ordini per dolci da portare ai parenti al colloquio o per festeggiare un compleanno. Ma si tratta di un’attività che si conclude nel microcosmo del carcere. A Opera, invece, il lavoro crea un ponte con l’esterno.

L’attività è lievitata grazie alla firma di un contratto tra la cooperativa “Il giorno dopo”, che gestisce il forno del carcere, dando lavoro a tre detenuti, e “Milano ristorazione”, società del Comune che si occupa di rifornire le mense pubbliche della città. “Già lo scorso anno scolastico il carcere ci garantiva 300 kg di michette -spiega Luca Radice di ‘Milano Ristorazione’-. Prodotti che coprivano il 5 per cento del fabbisogno delle nostre mense. Il pane di Opera ha sempre superato i controlli di qualità e quest’anno abbiamo deciso di raddoppiare la commessa. L’impesa è tanto più gustosa vista le difficoltà che l’attività di panificazione in carcere riserva. “È difficile produre un pane che abbia un prezzo concorrenziale con quello sfornato all’esterno -spiega Alberto Fragomeni, direttore del carcere di Opera-. Tanto è vero che nostri 1.200 detenuti non mangiano il pane prodotto dal forno interno ma quello acquistato fuori, da una grande società industriale che garantisce all’amministrazione una spesa più contenuta”.

“È necessario un controllo costante sui nostri ospiti -spiega Alberto Fragomeni, direttore di Opera- ma il pane si fa di notte ed è impensabile mobilitare un agente in quell’orario per controllare a vista dei detenuti”. Così, per superare il problema, nel forno sono state montate due telecamere, collegate ad una garritta esterna. Alle 20 di ogni sera i panettieri vengono accompagnati al forno dagli agenti. Mentre gli altri 1.400 compagni reclusi dormono, il loro lavoro è vegliato da un monitor. Per qualsiasi evenienza possono comunicare con gli agenti con un citofono. E il mattino successivo, a pane sfornato, vengono riaccompagnati in cella.

“Da quest’anno lavoreremo tutte le notti, anche sabato e domenica -racconta Luciano, 43 anni compiuti e 9 ancora da scontare-. Meglio. Di notte puoi stare solo con i tuoi pensieri. Mentre tutti dormono e siamo alzati solo noi, riguadagnamo quell’intimità che in carcere, per il fatto che condividi la cella e sei controllato a vista, manca sempre”.
Luciano è il caposquadra. Ha imparato a fare il pane in carcere, grazie ad un corso tenuto da un panettiere professionista. Oggi guadagna mille euro al mese, soldi onesti, che gli servono a mantenere la famiglia. “Non avrei mai detto prima, che mi sarei messo a fare il pane -racconta-. Ho tre figlie piccole. Sono contente che loro papà faccia il pane. Ho chiesto l’autorizzazione di portare il pane fatto da me durante il colloquio, quando mi vengono a trovare in carcere. Anche questo è un modo per comunicare con loro”.
Per Girolamo, 40 anni, il pane è libertà e una vita di ricordi: “Quando ero bambino, nel mio paese in Puglia, mi svegliavo alle 5 del mattino, andavo al panificio, caricavo il carretto di pane e lo portavo ai negozianti. Poi andavo a scuola dove mi addormentavo sul banco. Emigrato a Milano ho subito cercato lavoro in panetteria -continua-: a 15 anni lavavo le teglie delle focacce, per 500 lire alla settimana… piano piano ho imparato a fare il pane artigianale ed ho aperto una panetteria dove lavoravo con mio fratello. Quando è mancato lui la cosa mi ha distrutto e ho venduto l’attività”.

Girolamo, dopo l’arresto, ha saputo per caso del forno di Opera ed ha subito chiesto di poterci lavorare. “Quando esco spero di poter continuare a fare il pane”, dice. Gabriele ha 52 anni e gliene mancano 5; è il terzo panettiere di Opera. “Ieri l’elettricista che sta cambiando le lampade nel forno -racconta- mi ha chiesto: ‘Lo sanno i genitori dei bambini che il pane lo fanno i carcerati?’. Ci ho pensato su tutta la notte. Ma fuori pensano che siamo così cattivi?”


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